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  • Gabriele 10:24 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi  

    Wishlist /1 

    Cominciamo questa nuovissima rubrica natalizia. Visto che si parlava di regali natalizi poco fa, e nonostante io abbia candidamente ammesso di non avere intenzione alcuna di fare un regalo natalizio, mi prendo la briga e l’incomodo di segnalarvi, volta per volta, quei regali che sarei felicissimo di ricevere dai miei affezionati lettori. Anche in concorso di colpa, per dire.

    Eccovi il primo: the almighty neuron tie. Mio dio, mio dio. Mio Dio, quant’è bella.
    E quant’è nerd, soprattutto.

     
  • Gabriele 11:42 on 29 November 2009 Permalink | Rispondi  

    The Guazza Chronicles 

    Te lo ricordi, nino, quando nei locali potevi ancora fumare? Quando quel ‘potere’ diventava ‘dovere’, e tutti gli avventori si affrettavano a far fuori tutte e venti le sigarette del pacchetto, quasi presagissero, già in quel lontano 2003, che presto tutto ciò sarebbe stato proibito? Te lo ricordi, ninetto, quando la cena offerta alle band consisteva in una paiolata di orrendi spaghetti ricoperti di sugo di dubbia provenienza (ma che ti veniva spacciato per sugo di cacciagione altamente prelibato) che sembrava scortese rifiutare, a costo di morir tra gli atroci dolori di stomaco?

    So che te lo ricordi, ed era il Guazza. Ed è ancora il Guazza, per certi versi. Non foss’altro per l’età media dei frequentatori, che ormai non raggiunge la soglia dei diciott’anni. E non fosse altro per il livello di pazzia, giunto a livelli incontrollabili. Ma andiamo con ordine.

    Le band. Il programma prevedeva l’esibizione di tre gruppi. Due su tre non contavano, essendo poco meno che bambini; il terzo naturalmente consisteva nei Dick Lauren is Dead, per i quali rivendico la mia mancanza di oggettività. Tra quelli che non contavano si distinguono, almeno, i Croon; menzione speciale dovuta a nient’altro che la loro sovrannaturale capacità di avere mediamente diciott’anni e non sembrare le brutte copie (e ce ne vuole) dei Marlene Kuntz. Ci pensate a quanti danni han fatto Afterhours e Marlene Kuntz, donando a qualsiasi idiota l’illusione di poter suonare senza saper suonare? Sono l’equivalente del nuovo millennio della follia menefreghista e sticazzicratica dei Nirvana.

    Qual è il problema, direte voi? Ve l’ho accennato: la pazzia. Il Guazza, facendo parte dell’entroterra sanvitese, è infestato dalle medesime presenze al di là della sanità mentale che potete comodamente rivenire tra Cave e i suoi dintorni. Tra questi immarcescibili gentiluomini spiccava P., vecchia conoscenza di qualsiasi musicista abbia avuto l’imbarazzo di suonare da quelle parti. La peculiare abilità di P., la sola che possa salvarlo da un impietoso confronto coi primati antropoidi, è la capacità di massacrare la pazienza delle band rubando il microfono ai cantanti e lasciandosi andare ad improperi abilmente mascherati da growl. Nel senso che: comincia la serata. Prima band. Metà strofa la canta il cantante, l’altra metà la gorgheggia lui, dopo avergli strappato il microfono dalle labbra. Seconda band. Idem. Glielo lasciano fare. Sono ragazzini del posto, quel povero matto è il loro eroe.

    Non altrettanto i Dick Lauren is Dead. Con la loro media di trent’anni e capacità musicali un pelino al di sopra della media del luogo, sono tipetti che si seccano. Alla prima smarronata di P., il chitarrista/cantante MC si sfila la chitarra e molto educatamente scende dal palco. Impagabile il batterista LM che insorge nel pregevolissimo “Ditegli che si allontani dalle gònadi!”; in breve tempo P. si risente moltissimo e sembra volersi a sua volta allontanare dal palco. Ma la sua assenza è destinata a durare pochissimo. Tornerà più volte, per non far mancare la sua molesta presenza ai simpatici e sempre più seccati musicanti.

    La degna conclusione? Decidiamo con l’amico manub di darcela a gambe prima che la situazione degeneri. Naturalmente, la situazione degenera ben prima che si riesca a filarcela. Il tempo di tornare alla macchina e notare che è stata abilmente incastrata da ben due altre vetture, con ovvia necessità di tornare inside a chiedere – cortesemente – se qualcuno ce la sposta, che il buon P. diventa molto meno buono e viene alle minacce di fatto (esistono? esistono.) con un tipo che passava di lì per caso, il quale viene debitamente minacciato di coltellate varie e messo al corrente di supposte amicizie pericolose di cui il P. medesimo può usufruire. Neanche il tempo di capire se la situazione tende al peggio, che me la filo a spron battuto verso l’auto e verso un cornettonotte che si rivelerà, manco a dirlo, chiuso.

    Conclusione: voto 7+ al rifacimento del Guazza (Gwazzah, ormai); voto 6,5 alle band, con picco di 8- ai DLID; voto 10+ alla pazzia che sempre più governa il nostro agire pubblico.

     
    • Emanuele 13:21 on 29 novembre 2009 Permalink

      QFT.

      Che serata!!!

    • Rombrother 14:01 on 29 novembre 2009 Permalink

      Ti amo fratello. Non potevi scrivere nulla di più magnifico. Due piccoli appunti:
      1- LAURENT non LAUREN
      2- La dizione corretta sarebbe “Qualcuno lo defili dalle gònadi”.
      Per il resto, è la recensione dei miei sogni.

    • Gabriele 16:09 on 29 novembre 2009 Permalink

      Lucianino, mi ha tratto in inganno la vs. pronunzia. Se scrivi Laurent, dici Lòren, ma se pronunci Loràn mi sento autorizzato a storpiarvi in Lauren. Ribadisco la mia ode di giubilo per la tua insofferenza espressa in cotal guisa. Hai fatto il mio stesso liceo e si vede.

    • Romac Levac 13:42 on 30 novembre 2009 Permalink

      Media di 26,75 anni per i DLID; tutta colpa di nonno Kranyo eheh.Non credo che i croon siano 18enni. Serata da ricordare (per fortuna mia, nonostante le occhiatacce di mr P.) e da dimenticare.

  • Gabriele 18:53 on 28 November 2009 Permalink | Rispondi  

    The importance of being Mac 

    Sarò breve. Passerò oltre l’orribile scena di un Apple Store preso d’assalto da turbe di bimbiminkia in fase compulsiva da social network, che non lasciano neanche una macchina disponibile per le tue prove. Non accennerò alla pietosa competenza dei concierge (idea svago per il sabato pomeriggio: provate a chiedere alla rossa riccetta di Roma Est cos’è un LED; portatevi i popcorn) né al fatto che per farmi dare una briciola d’attenzione ho dovuto urlare “ho qui mille euro da spendere, chi mi aiuta?”. No. Vi dirò semplicemente quel che penso dell’ultima versione policarbonato del MacBook white: orribile.

    Punto primo. Lo chassis. Ho capito, è unibody. Ma è pur sempre il vecchio policarbonato di cui hai stoccato quantità sufficienti a soddisfare le richieste dei prossimi centomila anni. Quella plastichina che puzza di low cost da lontano un miglio (non importa se ci metti la mela luminosa sopra: è comunque ‘no schifìo) e che ha la paranormale proprietà di attirare graffi come se piovesse. L’esemplare in esposizione aveva, secondo la commessa (sì, la rossa riccia: già l’amo), nemmeno due giorni di vita. Era già ridotto come nemmeno l’HP da cui vi scrivo, che di anni ne ha due e ha vissuto situazioni incresciose. Orribile. Peraltro, la zona che accoglierà i vostri polsi ingiallirà. Come tutti i MacBook bianchi mai prodotti. Arrendetevi all’evidenza, ce l’ha scritto in faccia, che ingiallirà.

    Punto secondo. Lo schermo. Appena la masnada di adolescenti mi lascia libero un esemplare, mi avvicino. Angolo di visuale visibilmente sotto la media cui ci ha abituati Apple. Faccio per alzare la luminosità dello schermo, vedendolo un po’ spento. Sorpresa! Quella è la massima luminosità. E quei neri smorti lì? E quei rossi rosati? E quei blu sul celestino? My God, quel che dicevano su Ars Technica è vero: il gamut dei colori è inferiore del 60% rispetto agli schermi LED della linea Pro. Non mi fido, adotto il sacrosanto metodo scientifico e chiedo che mi vengano mostrati fianco a fianco. Ebbene, la riprova del nove mi dà la certezza che mancava: MacBook Pro – MacBook 2-0. Con lo sconto Educational (ahah) potrò accaparrarmi il MBP a €150 in più del corrispettivo MB. Ne vale la pena, fidatevi.

    Venerdì prossimo, menando vanto della busta paga, andrò a comprarlo. Potrei risparmiavi le pietose foto dell’unboxing… ma, pensandoci bene, perché risparmiarvele?

     
    • livia 19:15 on 28 novembre 2009 Permalink

      Roma Est il sabato pomeriggio: MA COME TI VIENE IN MENTE???
      Anche i commessi dell’Apple store, poi, sono bimbiminchia, al massimo con qulche tatuaggio/piercing(capelli arruffati da finto indie fanboy in più.

    • livia 19:16 on 28 novembre 2009 Permalink

      e adesso incoronami regina dei typo :D

    • Gabriele 19:17 on 28 novembre 2009 Permalink

      Ho capito, ma durante la settimana me tocca lavora’. La domenica, invece, è sacra. Come faccio?

      (La corona – di spine – per il regno del typo è tua d’ufficio!)

    • livia 19:33 on 28 novembre 2009 Permalink

      Ma se hai detto che ci vai merc per comprarlo! E poi, è aperto fino a tardi. Ma vabbè.

      (no, è a forma di catena di orz)

    • Gabriele 20:45 on 28 novembre 2009 Permalink

      Che comunque sarebbe venerdì dopo la pausa pranzo, ma vabbè :)

      (non voglio nemmeno provare a googlare la catena di orz. mi tengo la curiosità.)

    • Eva 01:35 on 29 novembre 2009 Permalink

      non ho capito se lo odii perché lo compri
      non ho manco capito se lo odii o se lo compri

      forse è l’orario

    • Anonimo 13:03 on 30 novembre 2009 Permalink

      TLDR.

      (e comunque se lo odi, con una i)

  • Gabriele 13:25 on 28 November 2009 Permalink | Rispondi  

    Survivor! 

    Dunque. Premettiamo che ne sono uscito, e ne sono uscito bene. Detto questo, non vi dettaglierò il mio piano di allenamento acquatico. Sia perché ritengo sia giusto lasciare che il buon (buon?) Simone avochi a sé la proprietà intellettuale del suo sistema di sfiancamento, sia perché vi tedierei non poco affrontando questioni come la duratamassimadellosforzoprotratto e le virtù terapeutiche della fame d’aria.

    Ordunque è sabato, signorine e signorotti! Urge festeggiare la dipartita dell’ennesima settimana (la quarantottesima, secondo il mio prolifico calendario da tavolo) e organizzarci per benino. Il thanksgiving (grazie a Dio mi sono risparmiato perlomeno il tacchino) ha infatti inaugurato, passato anche il black friday, il famigerato avvento del logoro ma sempreverde rituale dei regali.

    Ora. Nulla in contrario ai regali. Ognuno ne fa se crede e come meglio crede, ponderando accuratamente le sue disponibilità economiche e la volontà di compiacere gli altrui desideri. Non stiamo a ricordare l’arguto favellare di quei saggi che dicono “beh, ma ti pare che uno deve scegliere un periodo dell’anno così affollato e ridursi a donare un cavatappi col manico madreperlato, quando invece potrebbe regalare qualcosa fuori stagione etc. etc.”; tutto corretto, tutto giusto. Se non fosse che la gente – si – offende. A morte. Se non rechi loro visita con un grazioso cadeau in mano. How lovely, you didn’t have to! That’s fine, that’s exactly what I wished for all year long! Disgustorama.

    Essendo sprovvisto di una significant other, quest’anno avrò da pensare esclusivamente a me stesso. Quindi il mio sabato pomeriggio sarà dedicato alla gioia del centro commerciale, con l’acquisto già preventivato di due camicie bianche (se ne consumano parecchie, in ufficio… almeno sette al dì) e l’avanscoperta per il… MacBook! Esattamente, ho deciso di defenestrare anni e anni (e anni) di fedeltà a Windows e Microsoft per gettarmi anch’io, lo ammetto, nelle gioie del policarbonato bianco e della stabilità a prova di bomba per la produttività estrema. Valuterò side by side gli schermi del MacBook base e del MacBook Pro, a scanso di equivoci. Se le poche centinaia di euro in più lo giustificassero, prenderei il tredicipollici aluminum. In caso contrario, opto di default per il bianco. Che è pure so sleek and sexy.

    Quanto alla sera, mi recherò al mitico Guazza, che è recentemente rinato. Per i non burini all’ascolto, trattasi di un locale di infimo livello famoso per aver fatto suonare tutte le band di una qualche notorietà locale; la guazza si deve alla location dell’edificio, sita in una specie di boscaglia da film horror nella quale l’igrometro vive momenti di puro sconforto e dal quale si esce automaticamente con l’artrosi e i reumatismi hardcore. Ma, capirete, suonano i Dick Lauren is Dead, dell’amico rumeno Luciano. Non posso mancare. Neanche voi dovreste.

    Orsù, dunque: si esca. Occhiali da sole (ché la giornata lo richiede, c’è un sole che non si vedeva dalla primavera) e fazzoletto al collo (tosse, tosse, tosse). See you soon, guys.

     
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