In treno
Oh, la spettacolare vita di noialtri pendolari. Bistrattati, violentati nell’anima e stuprati nello spirito, abbiamo però sempre un argomento di conversazione. Volete mettere, la soddisfazione di poter narrare – dettagliatamente, e con fare da insider source – della natura e qualità dei disservizi?
Per non parlare dei passeggeri! Quale soddisfazione, sentirli parlare delle loro vite! Quei toni entusiastici per il rinnovo del contratto quindicinale a 200€ (lorde) da spazzacamino! No, però il punto non è questo.
Prendete un giorno qualsiasi. Oggi, per esempio. C’è sempre, e quando dico sempre intendo proprio dire sempre qualcuno che sul treno parla male di un argomento x sperando – o fregandosene, più probabilmente – che nessuno a portata d’orecchi abbia da ridire. Non oggi!
Signorina scosciata: «Certo che [paese] è pòpo ‘na mmèrda!»
Signora incappottata: «Ma se je fa tanto schifo, perché nun se ne va’?»
SS: «Ma se so’ quindic’anni che ce sto adabbità, addò devo annà?»
SI: «Embè, segno sarà che tanto merda nun è… se ne vada pure, che stémo tanto bbè (bene) tra noantri!»
SS: «Envece resto pe’ favve dispetto a voi [paesani] de ’stocazzo!»
Assurdo. Sono andate avanti per dieci minuti. Mentre io ridevo a crepapelle. Finché non è passato per caso il capotreno a ricordare che, bontà di Dio, ci sono anche bambini in quel vagone. Giusto. I bambini. Ce ne dimentichiamo sempre. Purché non siano nudi, negri e chiedan soldi.
Sulle FFSS impari cose che neanche all’università.